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martedì 8 febbraio 2011

Antichi luoghi di culto il Liguria 8

Bocchignola di Veppo: la strada dei morti

L’antica zona di insediamento ligure che, attualmente, fa parte del comprensorio di Veppo, meriterebbe uno spazio del tutto particolare, anche al di fuori di questa pubblicazione. Anno dopo anno, infatti, vengono scoperti nuovi affascinanti dettagli sulla quantità e tipologia di vita antropica preistorica.
L’ultima di dette scoperte è avvenuta nel 2004, quando è stata recuperata, con non poca fatica, la testa di una statua-stele di gruppo B. Il manufatto, disperso fino ad allora, era stato rinvenuto pochi anni prima presso la Foce di Veppo, in località Borseda ed è, oltre a quella di Zignago, l’unica statua stele ritrovata entro i confini politici della Liguria.
Proprio alla Foce di Veppo, vicino al luogo in cui è stato rinvenuto il prezioso reperto, si trova una importante tappa del viaggio alla scoperta degli antichi luoghi di culto liguri: si tratta della pieve medioevale di Bocchignola, situata in un pianoro verdeggiante sito tra il monte Bastia e il Castellaro, di cui gli stessi oronimi ci segnalano, come di consueto, la presenza di insediamenti preistorici.
Tale pieve deve essere esistita per un periodo verosimilmente molto lungo di tempo, dato che la memoria orale la colloca in una dimensione quasi fiabesca, che spesso indica un passato assai remoto. Della chiesa, forse intitolata a S. Michele, si hanno notizie fino al XV secolo, quando viene citata per l’ultima volta nell’Estimo Lunense.
Certo, l’umile Oratorio del Carmine che sorge oggi a Bocchignola non può, come nota giustamente il Formentini, rappresentare l’ecclesia altomedioevale descritta nei documenti. Ciò che vediamo oggi deve essere, quindi, il risultato di una ricostruzione ex novo in tempi verosimilmente più recenti, forse nel XVIII secolo.
In ogni caso, la tradizione orale parla di Bocchignola come luogo in cui sorgeva un tempio pagano, cristianizzato mediante la costruzione della pieve sopra citata, presso cui, fin da epoca indefinita, avrebbero trovato sepoltura i morti portati lì dalle regioni limitrofe.
Da Zeri, da Calice al Cornoviglio e anche da zone più lontane, infatti, i defunti sarebbero stati portati fino al "cimitero" di Bocchignola percorrendo la cosiddetta "strada dei morti", che avrebbe collegato tale località con Sasseta di Zignago, ai piedi del Monte Dragnone.
Secondo il Caselli, tracce di questa antica strada, che veniva percorsa dai familiari dei defunti per un lungo tratto dopo la sepoltura, come rito di accompagnamento dell’anima nell’aldilà, si troverebbero presso Sasseta, in località Pergola. Tuttavia, interrogando gli attuali abitanti di Sasseta, per lo più forestieri, non è stato possibile individuare tale località né sapere qualcosa di più sulla "strada dei morti". La memoria orale si deve essere esaurita con gli anziani intervistati dal Caselli negli anni ‘30 e, purtroppo, una grande tradizione ha smesso di essere tramandata.
Sempre il Caselli ci informa che, agli inizi del ‘900, durante alcuni restauri all’Oratorio del Carmine, sono venute alla luce - confermando, per l’ennesima volta, che la tradizione orale consiste più di verità che di fiaba - numerose ossa umane "giudicate vecchie di oltre mill’anni", tra cui alcune tibie di dimensioni gigantesche.
Ciò ha dimostrato che il "camposanto", di cui rimane ancestrale memoria, è realmente esistito. Se ne desume, quindi, che la "strada dei morti" è, probabilmente, un itinerario molto più antico di quanto non si pensasse e, forse, il frammento di statua-stele trovato a Borseda potrebbe essere un indizio in questo senso.
Solo recentemente, infatti, si è riconosciuto che le statue-stele sono probabilmente legate ad un contesto funerario. La loro funzione in tale ambito non è ancora ben chiara, tuttavia può essere spiegata dalle teorie, del tutto convincenti, di Romolo Formentini delle quali, per motivi di pertinenza, non ci occuperemo in questa sede.
Ebbene, è del tutto possibile che, se la
statua-stele di Borseda appartenne davvero ad un contesto funerario, questo contesto fosse in stretta connessione con la "strada dei morti" delineando, in accordo con i reperti trovati ad inizio ‘900, una tradizione antichissima, risalente agli insediamenti delle tribù liguri preistoriche.
Abbiamo tentato di ricostruire il percorso della "strada dei morti" utilizzando le informazioni del Caselli e ci siamo trovati di fronte a nuove interessanti scoperte. La strada, partendo da Bocchignola, attraversava un "monte a due vette", che non è altro che La Gruzza di Veppo, anche conosciuta come Porta di Veppo. Questo rilievo, appunto formato da due vette tondeggianti, oggi è coperto da una folta pineta, attraverso cui passa la strada asfaltata che porta al Passo dei Casoni. Il Gabrielli Rosi, in un suo libro, riporta che, anticamente, al posto della pineta vi era la giuzza di sucro, termine locale che significa "foresta di sughero". Le due vette, infatti, erano ricoperte da una folta selva di querce da sughero ed è evidente come il termine "Gruzza" sia una semplice metatesi del dialettale "giuzza". La tradizione locale, sempre riportata dal Gabrielli Rosi, ricorda quattro pietre particolari all’interno del bosco, che si diceva fossero abitate dal diavolo. Queste pietre erano chiamate "Tecchia delle campane", "Pietra cantarella", "Roccia dei pugni" e "Fusigià du Diau", cioè "focolare del diavolo". Sia il nome "tecchia" sia "fusigià" ci danno indizio che queste formazioni rocciose devono essere di conformazione tale da costituire un riparo, una sorta di rifugio, appunto. La presenza del diavolo, collocato nella selva dalla tradizione cristiana è, verosimilmente, un chiaro segnale che laggiù ci doveva essere qualcosa con cui la Chiesa non voleva che la gente tornasse in contatto. Magari un tempio all’aperto degli antichi liguri, magari rocce sacre che erano frequentate anche in tempi storici, più per ciò che Ubaldo Formentini definisce un "richiamo atavico" che per fede pagana ma a cui, ugualmente, era disdicevole avvicinarsi.
Che anche queste pietre facessero parte in qualche modo dell’antico itinerario funebre che partiva da Bocchignola?
In ogni caso, lasciato il "monte a due vette", sappiamo solo che la strada arrivava a Sasseta. Osservando una mappa o una foto satellitare, è evidente che, dalla Gruzza, la via più logica per arrivarci era il crinale, cioè quella che oggi è classificata come Alta Via dei Monti Liguri e assiduamente frequentata da trekker e fuoristradisti.
Questa teoria è compatibile anche con il fatto, indicato dalla tradizione orale, che molti dei morti condotti a Bocchignola provenissero dallo Zerasco e che, quindi, i parenti dei defunti dovessero percorrere proprio questa strada per tornare ai loro paesi d’origine.
Per imboccare tale itinerario, comunque, era necessario arrivare al Passo dei Casoni. Da lì, seguendo lo spartiacque verso ovest, si passava ai piedi del Monte Dragnone e si giungeva ad un bivio, in cui si doveva imboccare la lunga discesa verso Sasseta. Tale svolta potrebbe essere identificata con quella che, partendo dall’Alta Via, oggi permette di arrivare ai pascoli di Vezzanelli. Scendendo per questa strada, infatti, circa a metà si incontra uno stretto sentiero che porta direttamente a Sasseta.
Un altro elemento molto importante per definire la "strada dei morti" è la presenza di una pietra che, seppur non lavorata dall’uomo, almeno in apparenza, è comunque legata a qualche tradizione che, purtroppo, è andata perduta. Tale pietra, situata in corrispondenza del torrente Mangia, a poche centinaia di metri dall’abitato di Sasseta, è un enorme blocco di arenaria di forma cuboide, alto circa quattro metri e altrettanto largo. Il masso è quasi sicuramente di origine naturale e non presenta segni evidenti di scolpiture. Tuttavia, ci è stata posta sopra una madonnina che, recentemente, si è "arricchita" di un giardinetto artificiale di dubbio gusto. Purtroppo non sembrano essere sopravvissute tradizioni in merito, eppure la presenza della madonnina, come in altri casi, potrebbe indicare un probabile utilizzo pagano del masso, in seguito cristianizzato. Potrebbe essere plausibile, quindi, un suo significato all’interno dell’itinerario della "strada dei morti".
Potrebbe essere un segnale, un traguardo o una stazione in cui fermarsi lungo il percorso, in una sorta di via crucis ante litteram. Del resto, sappiamo che anche le "sacre stazioni" oggi presenti lungo i percorsi che portano ai santuari montani, appunto, sono verosimilmente una sovrapposizione cristiana ad una tradizione ben più antica.
La tradizione della "strada dei morti", che in Italia risulta quasi senza precedenti, risale verosimilmente al periodo preistorico delle genti liguri che, per motivi che ci sono sconosciuti, solevano trasportare i loro defunti in luoghi lontani, pratica che non è affatto sconosciuta e trova diversi riscontri in altri luoghi della Lunigiana storica. Certo, non è difficile immaginare che ci sia stato un motivo per questa scelta. Magari, a Bocchignola sorgeva un tempio all’aperto o una qualche formazione rocciosa consacrata che, per la sua energia, era ritenuta utile nel momento del trapasso.
Fatto sta che, distrutto il sacrario pagano di cui parla la tradizione e costruita la ecclesia de Bucagnola in segno di cristianizzazione, la tradizione della "strada dei morti" non si è modificata e, anzi, è giunta quasi intatta fino a noi, come ennesimo segno della grande potenza di tradizioni fortemente sentite e radicate fin nell’animo profondo delle genti liguri.
Tanti elementi e tante scoperte stanno, pian piano, convergendo in un unico grandioso disegno. Tuttavia, forse ancora molto resta da scoprire nella zona di Veppo. Infatti, in località Campo Picchiara (toponimo che, secondo Enrico Calzolari deriverebbe dall’unione del nome del dio osco Picus Martius al termine ara), sulla vetta ovest della Gruzza, sono state rinvenute strane aree nel bosco dove non crescono gli alberi, così enormi e precisamente squadrate che non possono che nascondere la mano dell’uomo…

Bocchignola di Veppo - Oratorio N.S. del Carmine

Oratorio del Carmine - recenti lavori di ristrutturazione


Ipotesi ricostruttiva del percorso della "Via dei Morti"


mercoledì 13 ottobre 2010

Luoghi da salvare: i villaggi d'alpeggio dello Zerasco

I villaggi d'alpeggio dello Zerasco


Il territorio di Zeri, per via della sua posizione geografica che lo ha isolato per secoli dal resto della Lunigiana, oltre che per l’assenza di monumenti di spicco come castelli, torri o borghi fortificati, è da sempre uno dei meno conosciuti dai turisti. Si tratta di un territorio assolutamente montuoso, spesso impervio, la cui popolazione ha sempre lavorato sodo per ottenere il sostentamento dalla difficoltosa coltivazione del terreno e, soprattutto, dalla pastorizia. È quindi una zona ricca di testimonianze etnografiche e della cultura materiale.
Proprio all’interno di questo contesto possiamo collocare la necessità di salvaguardare tre interessanti località dell’Appennino: Formentara, Porcilecchio e Gurfuglieta. Tali toponimi designano tre antichi insediamenti umani, situati intorno ai 900 metri s.l.m., sulle pendici del monte Spiaggi (1554 m), a poca distanza dal Passo dei Due Santi e dalla famigerata località sciistica di Zum Zeri.
Si tratta di villaggi d’alpeggio, ovvero insediamenti edificati da genti dedite alla pastorizia, popolati solo durante la stagione estiva, quando le greggi venivano condotte verso i freschi pascoli montani, dopo essersi nutrite per l’intero inverno dei prati situati più in basso, presso i borghi.
A primavera inoltrata, quando il gelo ormai era terminato, gli uomini (adulti e adolescenti) dei borghi di Noce e Patigno, si incamminavano su per gli irti sentieri dell’alpe con le loro bestie (pecore e capre), con l’intenzione di passarvi tutta l’estate, tornando dalle famiglie solo al principio dell’autunno. Questa tradizionale transumanza ha reso necessaria l’edificazione di ripari solidi e affidabili, in cui ricoverare le greggi durante la notte o in caso di maltempo ed in cui poter collocare un giaciglio e le pochissime, indispensabili, suppellettili per la vita quotidiana.
Verosimilmente, dato che tale tradizione si protrasse, con tutta probabilità, a partire dalla protostoria, in antichità i ripari erano costruiti con il legname dei numerosi boschi e, data la poca resistenza alle inclemenze dell’inverno, dovevano essere ricostruiti ogni anno. È anche possibile che questo tipo di accampamento, almeno inizialmente, non fosse stabile, ma fosse approntato ogni anno in zone diverse.
In seguito, con l’affinarsi delle tecniche costruttive e con l’aumentare delle famiglie, sarebbero stati edificati i villaggi in pietra, i cui vantaggi sono evidenti. Ogni famiglia aveva un suo possedimento, costituito da una “cassina”, cioè da una casupola di sasso ed eventuali annessi (un pozzo, un forno, una stalla, una legnaia ecc.), unitamente ad un appezzamento di terreno a pascolo.
Sebbene i primi documenti scritti che ci rimangono risalgano agli inizi del ’500 (qualsiasi documento precedente è andato bruciato nel rogo di Pontremoli del 1495), la nascita dei villaggi potrebbe situarsi forse già nel basso medioevo. Invece, l’impianto attuale dei villaggi potrebbe essere datato grossolanamente al XVII o XVIII secolo, con molti interventi rilevanti effettuati nel XIX secolo.
L’architettura di questi insediamenti ci può dare un’idea dell’abilità costruttiva delle popolazioni contadine di quei tempi. Nei villaggi, infatti, si possono notare mastodontici portali, angoli ancora a prova di filo a piombo, eleganti infissi in pietra, muri di contenimento a secco, pozzi coperti, forni a legna, scale e mulattiere lastricate. A Formentara, inoltre, si nota il ricco sistema idrico, costituito da diverse fontane (ne abbiamo individuate almeno sette) dislocate in vari punti dell’insediamento, che canalizzavano e rendevano comodamente fruibile l’acqua di un ruscello. Sempre a Formentara, il maggiore dei tre villaggi, si trova addirittura un oratorio, dedicato a San Bartolomeo e costruito, secondo l’iscrizione murata in facciata, nel 1776.
Formentara è costituito da una trentina di edifici circa, separati da carugi e scolatoi delle acque piovane e, nella parte alta, si trovano alcune aie lastricate di arenaria, che fungevano da “piazza”, un luogo dove si svolgevano tutte le attività sociali e collettive, tra cui la più attesa era la festa estiva di San Bartolomeo, occasione in cui le mogli e le ragazze dei borghi salivano all’alpeggio con ogni genere di leccornie, si mangiava e si ballava davanti al fuoco per tutta la notte. Porcilecchio e Gurfuglieta, invece, sono costituiti da cascine sparse e non presentano una rete viaria interna, come a Formentara. Sono presenti comunque numerosi pozzi, mangiatoie per il bestiame, sentieri lastricati e portali monolitici. Esistono, inoltre, altri agglomerati minori, come Collaracci, poco distante da Porcilecchio, ed altri che non sono nemmeno segnati sulle carte. Infine, segnaliamo la presenza del casale denominato "Piagnara", toponimo legato spesso alla cava della pietra utilizzata per fare le piagne, cioè i tipici lastroni di arenaria che coprivano i tetti delle cascine. Con tutta probabilità, le piagne di Formentara e degli insediamenti limitrofi provengono da lì.
I villaggi sono caduti progressivamente in disuso a partire dagli anni ‘50, quando il boom economico e l’espandersi delle città ha portato i giovani ad abbandonare i borghi nativi e le loro tradizioni, per collocarsi nelle fabbriche e negli impieghi richiesti da una economia capitalista tecnocratica in rapida espansione.
Attualmente, gli insediamenti versano in condizioni disastrose. Gurfuglieta è prossima all’annichilimento totale, restando in piedi solo pochi muri sbrecciati, qualche portale e qualche angolo di cascina più robusto di altri. Porcilecchio si trova in condizioni leggermente migliori ma la selva lo sta inghiottendo completamente e i muri sono divelti dalle poderose radici degli alberi. Formentara è sicuramente il villaggio meglio conservato, tuttavia la maggioranza delle costruzioni è pericolante o prossima al crollo. I tetti sono sfondati, i pavimenti in legno completamente marciti, i muri presentano gravi “spanciature” e crepe strutturali. Solo gli infissi in pietra delle finestre e delle porte sono rimasti più o meno integri, unitamente a qualche angolo che ancora si presenta dritto e sano. L’acqua entra dappertutto e il muschio, le felci e le radici degli alberi si fanno largo tra le pietre e le piagne. I tronchi usati per costruire i tetti, nonostante abbiano resistito a diversi decenni di neve ed incurie, stanno marcendo e crollando sotto il peso delle coperture in pietra.
Un autentico tesoro della cultura materiale si sta sgretolando sotto i nostri occhi, ed è necessario intervenire repentinamente se si vuole salvarlo. Già in passato ci sono state proposte di rivalutazione, tuttavia nulla è stato portato a compimento.
Naturalmente un intervento di recupero, anche solo strutturale, a questo punto necessiterebbe di una spesa consistente, senza contare la realizzazione di pannelli informativi, spazi museali o espositivi e la messa in sicurezza e la manutenzione della strada comunale.
La migliore destinazione d’uso che si possa pensare per questi siti è quella di “ecomuseo” o “museo all’aperto”, uno spazio in cui ricreare e illustrare la vita pastorale e le attività ad essa legate, in primis la transumanza, poi l’arte casearia, i mestieri, la medicina popolare e i riti, l’architettura e la gastronomia.
Ma tutto ciò è secondario, è un sogno che non potrà essere realizzato se prima non si interviene per salvaguardare ciò che ancora si regge in piedi. La spesa per il risanamento sarà sicuramente elevata, ma vogliamo per questo lasciare andare in rovina un patrimonio della nostra storia e della nostra cultura? Dov’è la Comunità Europea? Dove sono la Soprintendenza per i Beni Culturali e gli Enti pubblici? Un paio di cartelli, uno all’ingresso del villaggio e l’altro nei pressi dell’oratorio sono già una buona cosa, ma non bastano. Infatti, tra cinque anni i cartelli rimarranno, ma indicheranno soltanto un cumulo di macerie che franano a valle.

Cassina con aia lastricata (Formentara)

Tetto in piagne ben conservato (Formentara)

Formentara, paesaggio

Stradello e case alla Formentara

Oratorio di San Bartolomeo, 1776 (Formentara)

Cassina isolata (Formentara)

Formentara, il villaggio immerso nel bosco


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